Incisione botanica di mazzi di erbe essiccate appesi a un'asta, con mortaio e resine

Erbe e resine

L'erbario di guerra di mia nonna

Non l'ho conosciuta. Di lei mi resta un elenco di piante e una regola sola, che è poi la ragione per cui oggi compongo incensi in questo modo.

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Non ho conosciuto mia nonna paterna. È andata via prima che io nascessi, e tutto ciò che ho di lei è il racconto di altri: frasi dette a tavola, mezze storie, il tono con cui le persone del paese pronunciavano il suo nome ‹da confermare: il nome, il paese›.

Da quei frammenti ho ricostruito un elenco. Non un ricettario, un elenco: le piante che una donna poteva avere a disposizione in un paese rurale, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando le farmacie erano lontane, vuote, o entrambe le cose.

Quello che cresceva lungo la strada

Non c'era nulla di esotico, ed è esattamente il punto. ‹da confermare con i ricordi di famiglia: l'elenco che segue è verosimile per l'area e l'epoca, non documentato›

L'alloro, che in ogni cortile c'era. La lavanda, raccolta a mazzi e appesa a testa in giù. L'artemisia lungo i fossi, che nessuno comprava perché cresceva da sola. La salvia dell'orto. Il rosmarino del muretto. Le bacche di ginepro, raccolte d'inverno con le mani infreddolite.

Le resine vere — olibano, mirra, benzoino — arrivavano di rado e da lontano, e si usavano con una parsimonia che oggi faremmo fatica a immaginare: una lacrima alla volta, su un carbone diviso in quattro.

La regola

Di tutto ciò che mi è stato raccontato, una cosa sola torna in ogni versione della storia: non accettava denaro. Mai. Né monete, né uova, né favori.

In un'epoca in cui tutti avevano fame, rifiutare un pagamento non era nobiltà d'animo: era una posizione precisa. Significava che quello che faceva non era un mestiere, e che quindi nessuno poteva pretenderlo, contrattarlo, o rimproverarglielo se non funzionava. Il potere era un flusso, non una moneta di scambio.

È il motivo per cui, ancora oggi, distinguo nettamente ciò di cui mi occupo per servizio da ciò che vendo come oggetto. Sono due cose diverse e devono restare separate, anche nel modo in cui ne parlo.

Cosa ne è rimasto nei miei incensi

Poco, e per scelta.

Non ho cercato di ricostruire le sue miscele: non le conosco, e inventarle sarebbe una bugia raccontata bene. Ho preso il metodo, che è più importante delle ricette: poche referenze, composte a mano, in piccoli lotti, con materiali di cui so la provenienza. Nessuna composizione che non userei io per prima. Nessun nome che prometta ciò che un profumo non può dare.

Una precisazione che lei avrebbe fatto meglio di me

Un incenso non cura niente. Non è una medicina, non sostituisce un medico, non guarisce un corpo né risolve una situazione. Chi vi dice il contrario vi sta vendendo qualcosa.

Quello che un incenso fa è più modesto e, se ci pensate, più onesto: segna un confine nel tempo. Prima c'era la giornata, adesso c'è questo. È un gesto di attenzione, e l'attenzione è l'unica cosa di cui abbiamo sempre carenza.

Un elenco di attenzioni

Ho capito tardi che l'erbario di mia nonna non era un elenco di piante. Era un elenco di attenzioni: a chi bussava alla porta, a cosa cresceva nel fosso, al momento giusto per raccogliere, alla misura di ciò che si dava.

Quelle piante crescono ancora lungo le stesse strade. La parte difficile da ereditare non è mai stata la botanica.

✦ Vera Fata

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