Incisione di un mazzo di tarocchi aperto a ventaglio su un panno, con bruciaincenso e candela

Rituali

Consacrare un mazzo: i gesti essenziali

Nessun rituale è obbligatorio. Quattro però sono utili, e uno solo è indispensabile: dire ad alta voce a cosa serve il mazzo che hai tra le mani.

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Indice

Mi viene chiesto spesso quale rituale serva per consacrare un mazzo nuovo. La risposta onesta è: nessuno è obbligatorio. Quattro però sono utili, e vale la pena spiegare perché.

Cosa vuol dire consacrare

"Sacro" non significa magico. Nella sua radice più antica significa separato, messo da parte, sottratto all'uso comune. Un oggetto consacrato è un oggetto che non si usa per altro.

Consacrare un mazzo, quindi, non vuol dire caricarlo di un potere che prima non aveva. Vuol dire decidere che quelle settantotto carte non serviranno a passare il tempo, non gireranno al tavolo della cena per divertire gli ospiti, non diventeranno un gioco quando ci si annoia. È una decisione tua, e riguarda te molto più di quanto riguardi le carte.

Primo gesto: l'aria

Apri la confezione, separa le carte, falle passare lentamente tra le dita. Se vuoi, accendi una sola resina — ne basta una, non serve un braciere intero — e lascia che il fumo attraversi il mazzo mentre lo tieni aperto a ventaglio.

Poi guarda ogni carta, una per una, nell'ordine in cui stanno. Senza interpretare, senza consultare il manuale. Solo guardare. Dura venti minuti ed è anche il modo più rapido per imparare un mazzo: quando una carta uscirà in una stesa, l'avrai già incontrata.

Secondo gesto: la dedica

Questo è l'unico che considero indispensabile.

Dì ad alta voce a cosa serve questo mazzo e a cosa non serve. Ad alta voce, non nella testa: la differenza non è mistica, è pratica. Ciò che si pronuncia si ricorda, ciò che si pensa si rinegozia.

Una formula breve basta. La mia suona così:

Non chiedo di conoscere il futuro. Chiedo di vedere il presente con più ordine.

Puoi scriverne una tua. L'importante è che contenga un limite, non solo una richiesta. Un intento senza limite non è un intento: è un desiderio.

Terzo gesto: il primo colloquio

La prima stesa con un mazzo nuovo non è una domanda su di te. È una domanda sul mazzo. Tre carte:

  • La voce — in che modo mi parlerai
  • Il limite — su cosa non devo interrogarti
  • Il dono — cosa sai fare meglio

Annota le tre carte su un foglio e tienilo dentro la scatola. Tornerai a leggerlo fra un anno e capirai quanto eri stata precisa senza saperlo.

Quarto gesto: la custodia

Un panno, una scatola, un posto. Non il cassetto dove c'è tutto il resto, non il fondo di una borsa. Il luogo in cui tieni un oggetto è la misura di quanto lo rispetti, e questo vale per i tarocchi quanto per gli strumenti di un artigiano.

Cosa invece non serve

Lo scrivo senza giri di parole, perché su questo si costruiscono molti commerci:

  • Non serve la luna piena. Se capita è bello, se non capita non cambia nulla.
  • Non servono cristalli costosi, e men che meno un kit comprato per l'occasione.
  • Non servono formule in lingue che non parli. Una preghiera che non capisci è un rumore.
  • Non serve il permesso di nessuno, e non serve pagarlo.

L'unica cosa che conta

Il mazzo non diventa sacro grazie al rito. Il rito serve a te, per prendere sul serio quello che hai tra le mani.

E nessuno di questi gesti funziona se viene fatto per impressionare qualcuno. L'esoterismo è servizio, non esibizione: se un rituale ti sembra più interessante da raccontare che da compiere, hai già sbagliato strada.

Del lavoro sull'intenzione — come si formula, come si custodisce, come si porta a compimento — ho scritto più diffusamente nel mio ultimo libro.

✦ Vera Fata

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